mercoledì 22 novembre 2017

The Moon Garden

Dopo i giardini pensili, quelli verticali, a terrazze, all'inglese o all'italiana, quelli a tema, quelli d'acqua, quelli circondati da muri, quelli con fioriture programmate, quelli alla francese, quelli artificiosamente spontanei, e tutti gli altri che in questo momento non mi tornano in mente, oggi vi presento un nuovo giardino, the moon garden.
 
 

 
 
Cos'è un moon garden?
 
Niente di alieno ovviamente... il moon garden è  un luogo progettato e realizzato per essere goduto al chiaro di luna, un luogo di relax, in cui osservare e annusare la dolce fragranza di fiori la cui bellezza viene esaltata dal chiarore lunare.
 
In pratica l'equivalente a fine giornata di un bagno caldo, di un massaggio sapiente, di un quarto d'ora con l'analista...
 
Attenzione !! Un moon garden non può essere improvvisato: a parte la presenza fondamentale della luna, possibilmente piena, circostanza che non può sempre essere garantita, occorre che nel giardino ci siano esclusivamente fiori bianchi o chiari e foglie argentate, capaci di catturare e riflettere la pallida luce lunare.
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Non solo fiori bianchi e foglie argentate ovviamente...; a creare la giusta atmosfera può contribuire anche la presenza di qualche lampada  discreta e nascosta tra il fogliame che diffonda una tenue luce , magari uno specchio d'acqua o una fontana, un punto di osservazione da cui ci si senta parte del tutto.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
L'importante è , come suggeriscono gli ideatori di questo giardino, che siate capaci di allontanare per un momento le preoccupazioni e le seccature della vita quotidiana, vi sediate su una sedia o una panchina, magari vecchia e arrugginita  ma  rigorosamente comoda e lasciate liberi i vostri sensi di cogliere l'incanto di un'atmosfera fatta di fruscii e silenzi, luce e penombra, profumi e magia.

lunedì 20 novembre 2017

Usanze strane ( per noi)

E' vero, siamo tutti uguali, ma siamo anche tutti diversi...dipende da che cosa si intende per uguali e diversi. Allora se siamo tutti uguali come esseri umani, siamo però completamente differenti gli uni dagli altri per abitudini e costumi. Nell'Oriente lontano da noi, leggo qui http://www.supereva.it/villaggio-delle-donne-himalaya-dove-non-esistono-mariti-43298#c_fb_02 e qui  http://www.supereva.it/il-villaggio-di-rapunzel-qui-le-donne-tagliano-i-capelli-una-sola-volta-15329 le persone hanno abitudini che ai nostri occhi potrebbero sembrare strane, ma per loro sono giuste così. Vediamole, queste abitudini, e cerchiamo di capire se anche noi potremmo mai adottarle.






Esiste un villaggio sull’Himalaya in cui comandano le donne e non esistono i mariti. Stiamo parlando della popolazione dei Moso, una minoranza etnica che vive nello Yunnan, una zona sud-occidentale della Cina, ai confini con il Tibet e ai piedi della grande montagna.
In questo villaggio le donne non si sposano mai, ma questo non vuol dire che rinunciano ai figli e alla presenza di un compagno o di un padre. Durante le feste popolari sono le donne a scegliere il proprio partner. Se una ragazza si avvicina ad un uomo e gli solletica il palmo della mano vuol dire che vorrebbe stare con lui. Dopo il breve corteggiamento il prescelto può vivere una notte d’amore con la donna, arrampicandosi sino alla sua finestra.




Lei però potrà cambiare idea sino all’ultimo secondo e l’uomo potrà raggiungerla solo se vedrà una cintura appesa alla finestra, in caso contrario dovrà parlare apertamente con la ragazza per poter prendere accordi. Dopo il parto, i figli rimangono a vivere nella casa della madre, insieme alle nonne e alle zie. Le donne vivono e dormono in stanze private, mentre gli uomini riposano in camerate comuni. Quando una coppia Moso si separa lo fa in modo naturale, senza bisogno di litigi o conflitti a causa della gestione dei figli o della spartizione dei beni.




Il ruolo del capofamiglia è ricoperto dalla donna più anziana, la Dabu, che ha il compito di proteggere e guidare la famiglia. Nonostante sia una società matriarcale, quella dei Moso

non opprime gli uomini che, al contrario, sembrano molto felici. Si prendono cura dei figli, ma anche delle sorelle e delle madri, costruiscono le case e le rendono sicure. Di fatto nei villaggi di questa popolazione c’è una perfetta distribuzione dei ruoli e un bilanciamento delle responsabilità tale da azzerare qualsiasi conflitto possibile.






Un villaggio della Cina meridionale è abitato da donne dai capelli lunghissimi, proprio come quelli della principessa Rapunzel. Le chiamano Yao Women e vivono come parte integrante di una comunità della regione del Guanxi. La tradizione si tramanda di generazione in generazione ormai da più di 2000 anni e conta un numero ristretto ma molto coeso di sole 60 donne su un totale di 400 abitanti. Ma numeri a parte, a sentir parlare di un fatto del genere verrebbe da chiedersi: come fanno a tenere puliti dei capelli così lunghi? Di certo non utilizzando shampoo o prodotti simili.




Queste principesse Rapunzel orientali seguono una tradizione millenaria che prevede il taglio dei capelli una volta soltanto, ovvero prima del matrimonio. Finché ciò non accade, la comunità femminile usa mantenere i propri capelli lisci e lunghi anche oltre i due metri. La cosa veramente impressionante è che la folta chioma viene mantenuta benissimo anche dalle signore più anziane, senza un solo capello bianco. Come è possibile tutto ciò? Li laveranno mica con shampoo e balsamo? No, affatto. Il loro unico metodo di pulizia prevede l’impiego di un rimedio del tutto naturale: il riso.



Le Yao Women lavano i loro capelli con un liquido lattiginoso che ricavano bollendo insieme acqua e riso. Da questa miscela ottengono un prodotto che rende i capelli sani, belli ed in perfetta salute: il principale beneficio è che le donne del villaggio di Huangluo non vedono un solo capello bianco fino agli 80 anni. Lungo la loro vita, la cosa principale a cui si dedicano è la famiglia, poi viene la produzione di tessuti e vestiti da vendere ai turisti: il costume delle Yao Women, non a caso, prevede che le donne indossino un particolare vestito rosso e nero che le contraddistingue e ne esalta l’aspetto.




Nonostante la maggior parte delle donne della comunità seguano questa usanza comune, non tutte le bambine sono forzatamente tenute a fare lo stesso: qualora lo volessero, anche le più piccine potrebbero tranquillamente scegliere di tagliarsi i capelli, senza per questo incorrere nell’esclusione dalla società o, ancor peggio, nel disonore. Da un punto di vista sociale, tenere capelli lunghi e neri è un buon auspicio di salute, fortuna e lunga vita.



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sabato 18 novembre 2017

Lupetto e dolce vita

 Arrivato l'autunno, con l'aria più umida e, spesso, un po' di vento, si sente la voglia di coprirsi la gola, per evitare malanni e raffreddori. E così si tirano fuori dall'armadio i vecchi golfini a collo alto: i lupetti e i dolcevita che, poco più o poco meno, sono sempre di moda.

 Cos'è il lupetto? Così il dizionario:


1 Cucciolo di lupo o di cane lupo
2 fig. Bambino sempre affamato
3 Bambino scout di età compresa fra i 7 e gli 11 anni.


Ma il lupetto è anche il capo di abbigliamento caratterizzato dal collo che arriva a metà altezza della gola. Sembra che si chiami così perchè usato dai giovani esploratori.
Il dolcevita, invece, è il capo di abbigliamento caratterizzato dal collo molto alto, che si rivolta su se stesso.
 L’origine del termine italiano “dolcevita” non è chiara; secondo la spiegazione più ricorrente, proposta anche dall’enciclopedia Treccani, deriva dal film La dolce vita di Federico Fellini, perché il protagonista Marcello Mastroianni lo indossa in diverse scene: ma non è così, per tutto il film Mastroianni appare in camicia (solo nella scena finale ha un foulard nero attorno al collo che ricorda un colletto alto: non un vero dolcevita, comunque). 




Fino ai primi anni del Novecento, i maglioni a collo alto erano indossati soprattutto da marinai e da chi in generale viveva o lavorava in posti ventosi, per proteggersi dall’aria senza dover indossare una sciarpa. Nel 1924, però, iniziarono a diventare popolari in alcune città inglesi, dopo che il commediografo britannico Noël Coward cominciò a indossarli a Londra – «più per comodità che per scena», scrisse in seguito. Nei mesi successivi molti giovani inglesi presero a indossare maglioni a collo alto: lo scrittore Evelyn Waugh scrisse alla fine di quell’anno di apprezzare quella moda perché consentiva di non indossare cravatte e bottoni per chiudere il colletto della camicia.




Negli anni Cinquanta la famosa cantante francese Juliette Gréco, considerata la “musa dell’esistenzialismo” e amica dei principali intellettuali parigini di quegli anni, trasformò i dolcevita neri in un’icona bohémien (uno che li indossava spesso, per esempio, era il filosofo Michel Foucault). 






I maglioni a collo alto diventarono in fretta uno dei capi d’abbigliamento più popolari tra chi si riconosceva nella controcultura degli anni Cinquanta e Sessanta: furono adottati in Inghilterra dai cosiddetti “giovani arrabbiati”, un gruppo di scrittori della classe operaia inglese, e negli Stati Uniti dai beatnik – cioè quelli della Beat Generation – e dalle Pantere Nere, i membri dell’omonimo movimento per i diritti degli afroamericani.


















Contemporaneamente i maglioni a collo alto vennero usati anche da famose star del cinema, come Audrey Hepburn nel musical Cenerentola a Parigi , Steve McQueen in Bullitt, Robert Redford in Come eravamo e Diane Keaton in Io e Annie. Patterson racconta che tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, quando ormai erano diffusi anche fuori dai movimenti giovanili, c’era un po’ di ambiguità sul valore di eleganza da assegnare ai maglioni dolcevita: si provò per qualche anno a indossarli come sostituti della camicia e della cravatta, anche sotto le giacche, ma si capì in fretta che la cosa non funzionava. Negli anni Ottanta tornarono a essere indossati da molte persone, sia in situazioni più informali sia in sostituzione della camicia, diventando popolari tra gli artisti e i creativi: Andy Warhol per esempio ne portava spesso uno nero, come anche lo scienziato Carl Sagan. Ma probabilmente la persona più famosa a indossare con regolarità i maglioni dolcevita è stato Steve Jobs, 




che ne fece in un certo senso la propria uniforme, insieme ai jeans Levi’s 501: il suo biografo Walter Isaacson ha scritto che scelse il collo alto per praticità e per avere uno stile personale e distinguibile. Jobs negli anni Ottanta chiese allo stilista giapponese Issey Miyake di disegnargliene un modello; Miyake gliene diede un centinaio, che Jobs teneva nell’armadio.
A partire dagli anni Duemila i personaggi pubblici che hanno portato con una certa frequenza i maglioni dolcevita sono diminuiti. L’attore George Clooney è uno di questi, ma in un certo senso indossandoli ha contribuito a renderli un capo di abbigliamento che, nell’opinione comune, può essere portato da pochissime persone senza apparire buffi o bizzarri.
















E negli ultimi anni moltissimi "famosi" hanno ripreso a portarlo.
(http://www.ilpost.it/2016/01/05/maglioni-dolcevita-moda/ )

Oltre che ad essere pratico e confortevole il collo alto è anche bello da vedere